Vini perfetti, vini negletti? I nuovi metodo classico di Drei Donà sono ‘solo’ perfetti.

La semplificazione imperversante dei messaggi che ‘passano’ in tema di vini provoca un’enorme serie di distorsioni e confusioni. Ultimamente, se un presunto degustatore esperto si imbatte in un vino pulito ed elegante, lo critica. Gli assaggiatori ‘trendy’ delle guide lo penalizzano, spesso e volentieri, sia in degustazione cieca, sia in degustazione ‘mezza-cieca’ (parola che ho coniato io or ora, per indicare quei vini che vengono prima assaggiati coperti, poi vengono svelati al termine del panel, si spera per tarare i giudizi, non per cambiarli). Per non parlare dei paladini del naturale, che sui vini ‘perfetti’ fanno razzismo alla rovescia. Quasi che ci fosse una superiorità morale del difetto. Ora fare un vino ‘perfetto’ sembra una colpa, un vino ‘corretto’ poi è il peggiore dei giudizi possibili. Dove andremo a finire, non lo so: certo sta cambiando la percezione dei parametri critici dei vini, mentre sulla percezione effettiva di che cosa è ‘buono’, da parte del consumatore, ho dei dubbi: tutto sommato il mercato (altra parolaccia per alcuni) premia ancora la sostanziale affidabilità e la continuità della qualità di un’azienda, intesa come cifra stilistica della maggior parte dei suoi vini nel corso degli anni, pur con le ovvie specificità delle varie annate. Sono temi sui quali torneremo più volte, in questo e altri consessi. Ma ora il ‘la’ me l’ha dato il recente incontro con Enrico Drei Donà, giovane (anagraficamente) ma esperto produttore a Massa di Vecchiazzano, sopra la città di Forlì.

Con Enrico, che da tempo non vedevo nonostante abitiamo entrambi a Bologna e in passato da giornalista lo avessi intervistato più volte, parliamo un po’ la stessa lingua. Lui è un imprenditore che viaggia molto, uomo di mondo, che negli anni ho saputo internazionalizzare molto bene quella che rimane un’azienda relativamente piccola e familiare, ma è veramente operativo e protagonista nella sua azienda, con un piede sulla terra e uno sull’aereo. Stavamo facendo infatti tutte queste considerazioni assieme sull’evoluzione del gusto, mentre assaggiavo un calice dei suoi nuovi Metodo Classico Drei Donà durante un’anteprima tenutasi nella Business Lounge dell’Aeroporto Marconi di Bologna (noticina a parte: saggia la scelta di questa location).

drei

Al Blanc de Blancs, si affiancano ora nella gamma un Dosage Zèro Rosè e un Dosage Zèro. Mi hanno colpito soprattutto la pulizia e l’eleganza, che da tempo non riscontravo in vari metodo classico assaggiati (ora la fa anche mia nonna in carriola, la bollicina… le occasioni non mi sono mancate): è un problema? Io direi proprio di no. Il Drei Donà Dosage Zèro ha perlàge fine, sentori floreali non banali, un fruttato non troppo invadente. Morbidezza e spessore, ma anche freschezza: va ben d’accordo con il cibo. Ancora più impattante il Drei Donà Dosage Zèro Rosè, con i ricordi  lampone e la prugna selvatica, un vino deciso ma equilibrato. Sono vini territoriali ma moderni, di una delle prime aziende romagnole a distinguersi per eccellenza a livello internazionale con il Sangiovese, in tempi non sospetti. Tanto per dire, Wine Spectator ha piazzato Drei Donà, per quattro anni consecutivi, fra le Migliori 100 Aziende Italiane. E un’altra considerazione è che queste aziende eccellenti, le prime in Emilia Romagna a emergere, quelle che hanno investito e investono tanto, vengono quasi date per scontate dall’intellighenzia radical chic, anzi , c’è quasi un’ingratitudine (o invidia o che altro?) a favore di carneadi (con tutto il rispetto) che non hanno nemmeno una vera cantina, né un’azienda, e magari fanno 2000 bottiglie di un vino comprando uve e vinificando da terzi: per carità, ci sta anche questa forma organizzativa, ma quelli là sono per me vini che non rispecchiano il territorio, mica quelli delle aziende consolidate dei produttori professionisti…. Ma anche questo è un discorso che ci porterebbe lontano: ci torneremo, ci torneremo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: